<div> <h2><a href="http://3nding.tumblr.com/post/27626457321/le-due-facce">Le due facce</a></h2> <div> <p><a class="tumblr_blog" href="http://kon-igi.tumblr.com/post/27626262018/le-due-facce" target="_blank">kon-igi</a>:</p> <blockquote> <p>Lo devo ammettere, è un mondo di merda che puzza di merda.<br/>La molletta al naso funziona solo finché qualche stronzo non ti viene di soppiatto vicino, te la strappa dal naso e la butta dentro il più vicino mucchio di merda, sfidandoti poi ad andarla a recuperare.<br/>Fino a questa mattina pensavo di non riuscire più a recuperare un ricordo felice, di quelli alla Peter Pan, un ricordo che potesse essere ricollegato a qualcosa che non fosse la mia piccola nicchia di felicità familiare.</p> <p>Niente.</p> <p>Poi, improvvisamente, un episodio (a dire il vero quasi dimenticato) accadutomi tre o quattro anni fa, che però mi ha strappato un sorriso e quasi un moto di commozione: una località montana sull’Appennino Parmense, una pista da sci con decine di ragazzini muniti di Snowboard, tanto casino e poca voglia di essere prudenti.<br/>Caso vuole che i gestori abbiano avuto la geniale idea di lasciare un vecchio rudere in cemento in fondo alla pista ed in un attimo un ragazzetto di non più di quindici anni <em>ci si schianta contro con il suo snowboard, a tutta velocità.<br/></em>In un solo attimo mi vengono in mente decine di quadri clinici e patologie con nomi poco rassicuranti come <em>emotorace, emorragia sub-aracnoidea, frattura del femore con lesione dell’arteria femorale </em>e corro subito a prestargli soccorso.<br/>In quel momento, mezzo sepolto dalla neve caduta dal tetto, tutto contorto dal dolore ed imbottito da piumini/sciarpe/protezioni, mi sembrava stesse proprio morendo.<br/>I genitori (che avevano poco più della mia età) erano lì vicino che urlavano e che piangevano, qualcuno cercava di chiamare il 118, mentre io provavo a capire se bastasseun’automedica o ci fosse bisogno dell’elisoccorso.<br/>Questo ragazzino mi faceva una pena infinita: era cosciente e vedeva sulla faccia suoi dei genitori che le cose non si stavano mettendo bene, per cui mi osservava impaurito pensando che da un momento all’altro mi sarei messo ad urlare ‘I<em>nfermiera! 20 cc. di epinefrina ché lo stiamo perdendo!’</em>…<br/>In realtà c’erano perlomeno tre fratture evidenti, ai due avambracci (perché probabilmente si era protetto nell’impatto) ed una alla tibia, ma non ho fatto niente di più che stargli vicino per controllare la sensibilità alle estremità, che non subentrasse shock da ipotermia e continuare a parlargli per tenerlo vigile.<br/>Poco dopo è arrivata l’automedica, lo hanno immobilizzato nella barella e portato via a sirene spiegate.<br/>E poi di quel ragazzo non ho saputo più niente.<br/>Fino a otto mesi dopo.<br/>Mi trovavo con la mia compagna e le mie due figlie a Busseto, una quarantina di chilometri da Parma e perlomeno il doppio da quella pista da sci, passeggiavamo per le vie in occasione di un qualcosa molto simile ad una Notte Bianca quando, ad un certo punto, mi sento afferrare le spalle da dietro e mi trovo davanti un uomo sorridente che dice ad alta voce <em>‘Cara, vieni! Guarda che c’è!’. <br/></em>In un attimo arriva di corsa una donna che, illuminatolesi lo sguardo, mi abbraccia ringraziandomi.<br/>Io rimango perplesso, finché non vedo un ragazzino che mi viene incontro incespicando con due stampelle, un sorriso imbarazzato per non essere stato evidentemente un buon Snowboarder.</p> <p>Non è importante ciò che ci siamo detti dopo, non è importante che io abbia poi spiegato loro che sono stati bravi i medici dell’ospedale, che io sono solo stato lì finché non lo hanno soccorso. Evidentemente, per loro, non sono “<em>stato solo lì”, </em>evidentemente siamo tanto abituati alla mancanza di empatia che un gesto istintivo e naturale ci tocca e ci commuove, come sono commosso io a ricordare questo episodio.<br/>Come posso fare a trovare nelle persone quella parte <em>bisognosa di buono</em>, così sepolta a fondo nello squallore della propria sopravvivenza quotidiana? <br/>Come è possibile che, in fondo, la gente non si meriti sempre tutto questo mio Megaodio?<br/>Ricordo quel padre e a quella madre, voglio pensare che siano stati toccati da un gesto gentile ed istintivo come, peraltro, è successo qualche volta anche a me.</p> <p>Ci penso e rifletto che forse, e dico forse, da qualche parte c’è un’isola in questo mare di merda. </p> </blockquote> <p>Via tu, che se mi sgamano sti lucciconi in ufficio perdo il rispetto della mia posizione</p> </div> </div> http://tmblr.co/ZPjD3yPkgaZf Le due facce | 3 nanosecondi dopo i nostri guai

Le due facce

kon-igi:

Lo devo ammettere, è un mondo di merda che puzza di merda.
La molletta al naso funziona solo finché qualche stronzo non ti viene di soppiatto vicino, te la strappa dal naso e la butta dentro il più vicino mucchio di merda, sfidandoti poi ad andarla a recuperare.
Fino a questa mattina pensavo di non riuscire più a recuperare un ricordo felice, di quelli alla Peter Pan, un ricordo che potesse essere ricollegato a qualcosa che non fosse la mia piccola nicchia di felicità familiare.

Niente.

Poi, improvvisamente, un episodio (a dire il vero quasi dimenticato) accadutomi tre o quattro anni fa, che però mi ha strappato un sorriso e quasi un moto di commozione: una località montana sull’Appennino Parmense, una pista da sci con decine di ragazzini muniti di Snowboard, tanto casino e poca voglia di essere prudenti.
Caso vuole che i gestori abbiano avuto la geniale idea di lasciare un vecchio rudere in cemento in fondo alla pista ed in un attimo un ragazzetto di non più di quindici anni ci si schianta contro con il suo snowboard, a tutta velocità.
In un solo attimo mi vengono in mente decine di quadri clinici e patologie con nomi poco rassicuranti come emotorace, emorragia sub-aracnoidea, frattura del femore con lesione dell’arteria femorale e corro subito a prestargli soccorso.
In quel momento, mezzo sepolto dalla neve caduta dal tetto, tutto contorto dal dolore ed imbottito da piumini/sciarpe/protezioni, mi sembrava stesse proprio morendo.
I genitori (che avevano poco più della mia età) erano lì vicino che urlavano e che piangevano, qualcuno cercava di chiamare il 118, mentre io provavo a capire se bastasseun’automedica o ci fosse bisogno dell’elisoccorso.
Questo ragazzino mi faceva una pena infinita: era cosciente e vedeva sulla faccia suoi dei genitori che le cose non si stavano mettendo bene, per cui mi osservava impaurito pensando che da un momento all’altro mi sarei messo ad urlare ‘Infermiera! 20 cc. di epinefrina ché lo stiamo perdendo!’
In realtà c’erano perlomeno tre fratture evidenti, ai due avambracci (perché probabilmente si era protetto nell’impatto) ed una alla tibia, ma non ho fatto niente di più che stargli vicino per controllare la sensibilità alle estremità, che non subentrasse shock da ipotermia e continuare a parlargli per tenerlo vigile.
Poco dopo è arrivata l’automedica, lo hanno immobilizzato nella barella e portato via a sirene spiegate.
E poi di quel ragazzo non ho saputo più niente.
Fino a otto mesi dopo.
Mi trovavo con la mia compagna e le mie due figlie a Busseto, una quarantina di chilometri da Parma e perlomeno il doppio da quella pista da sci, passeggiavamo per le vie in occasione di un qualcosa molto simile ad una Notte Bianca quando, ad un certo punto, mi sento afferrare le spalle da dietro e mi trovo davanti un uomo sorridente che dice ad alta voce ‘Cara, vieni! Guarda che c’è!’.
In un attimo arriva di corsa una donna che, illuminatolesi lo sguardo, mi abbraccia ringraziandomi.
Io rimango perplesso, finché non vedo un ragazzino che mi viene incontro incespicando con due stampelle, un sorriso imbarazzato per non essere stato evidentemente un buon Snowboarder.

Non è importante ciò che ci siamo detti dopo, non è importante che io abbia poi spiegato loro che sono stati bravi i medici dell’ospedale, che io sono solo stato lì finché non lo hanno soccorso. Evidentemente, per loro, non sono “stato solo lì”, evidentemente siamo tanto abituati alla mancanza di empatia che un gesto istintivo e naturale ci tocca e ci commuove, come sono commosso io a ricordare questo episodio.
Come posso fare a trovare nelle persone quella parte bisognosa di buono, così sepolta a fondo nello squallore della propria sopravvivenza quotidiana? 
Come è possibile che, in fondo, la gente non si meriti sempre tutto questo mio Megaodio?
Ricordo quel padre e a quella madre, voglio pensare che siano stati toccati da un gesto gentile ed istintivo come, peraltro, è successo qualche volta anche a me.

Ci penso e rifletto che forse, e dico forse, da qualche parte c’è un’isola in questo mare di merda. 

Via tu, che se mi sgamano sti lucciconi in ufficio perdo il rispetto della mia posizione

Notes

  1. onepercentaboutanything reblogged this from kon-igi
  2. persephone81 said: :’).
  3. selene reblogged this from misantropo
  4. lunaesole reblogged this from kon-igi
  5. misantropo reblogged this from 3nding and added:
    Basterebbe non dover sopravvivere…
  6. mentedistorta reblogged this from unmatto
  7. unmatto reblogged this from mynameislaziness
  8. mynameislaziness reblogged this from kon-igi
  9. lavatoconpirlana reblogged this from kon-igi
  10. microlina reblogged this from kon-igi and added:
    beh, a guardarmi qui intorno ci credo davvero proprio poco. Siamo troppo pochi, Grande Kon, troppo pochi… :’(
  11. chediomifulmini said: Voglio essere sincero anche io: sull’ «illuminatolesi» mi si è inciaspicato il cervello…
  12. 3nding reblogged this from kon-igi and added:
    Via tu, che se mi sgamano sti lucciconi in ufficio perdo il rispetto della mia posizione
  13. cosipergioco said: Lo sai che io sono d’accordo
  14. kon-igi posted this
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